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Cannabis: quando la politica criminale è dettata dai giudici attraverso i media

cannabis-675-275Bologna, metà anni 90: dai servizi territoriali sulle dipendenze vengono intrapresi i primi programmi di riduzione del danno in Italia, la città diventa oggetto di studi da parte di altri paesi europei per le politiche adottate nella prevenzione dall'abuso di stupefacenti. Siamo appena dopo il 1993, quando il referendum abrogativo elimina le sanzioni penali sul consumo. Si inizia a parlare di strategie di superamento del proibizionismo e di nuovi modelli di intervento sulle dipendenze. Bologna, 2016: il clima che si respira in città, in termini generali, è caratterizzato dall’ennesima riproposizione di “allarme sicurezza”. Dentro questa cornice si collocano l’utilizzo accentuato di misure di prevenzione contro le forme del dissenso politico, gli sgomberi delle occupazioni abitative (si pensi a quello recentissimo in Via Mario de Maria, dove decine di famiglie sono state rimosse con un’azione di polizia di stampo militare), pratiche e retoriche di gestione della marginalità urbana che rimandano a soluzioni di impronta repressiva e proibizionista.

In questo clima si inseriscono le dichiarazioni rese al Resto del Carlino Bologna (27 ottobre 2016) dalla Presidente dell’ufficio Gip di Bologna, che promuove “un’impostazione innovativa”, “al momento […] isolata”, che prevede la contestazione della circostanza aggravante dell’aver ceduto stupefacenti davanti a una scuola, al fine di poter applicare la custodia cautelare in carcere nei confronti degli spacciatori che operano in zona universitaria. Costoro, in base alle leggi vigenti, sarebbero altrimenti giudicati a piede libero.  

Come Antigone Emilia Romagna esprimiamo contrarietà rispetto a questa presa di posizione. In particolare, consideriamo davvero preoccupanti i segnali relativi all’implementazione di dispositivi polizial-giudiziari esplicitamente orientati ad una gestione delle marginalità incentrata su pratiche arbitrarie, legittimate in sede giurisprudenziale attraverso interpretazioni estensive in una materia governata da rigidi principi di tassatività. Questo tipo di discorsi evoca un uso del penale abbondantemente sperimentato nell’ultimo ventennio e coerente con la strutturazione di una cornice di senso comune tutta rinchiusa sulla paura, il ritiro dagli spazi pubblici e l’invocazione della svolta repressiva di turno. Senza dimenticare che le politiche proibizioniste in materia di droghe sono il principale strumento nelle mani dell’apparato penale e di polizia per assecondare le spinte alla criminalizzazione delle fasce marginali della società. Non possiamo che confermare quanto detto negli anni passati: il sovraffollamento penitenziario, così come le possibilità di contenerlo, sono strettamente legati alle scelte sulle politiche antidroga.

La proposta di estensione nel ricorso alla custodia cautelare che qui contestiamo si configura, a ben vedere, come una acrobazia giuridica – che tra l’altro stride con il generale divieto di analogia in malam partem in materia penale, posto che l’università non può essere ricompresa nel termine “scuola” – presentata con allarmante disinvoltura. Attraverso un’originale strategia comunicativa sembrerebbe quasi volersi promuovere un’iniziativa giudiziaria (tutta politica) che si candida a svolgere un ruolo protagonista nella gestione delle aree urbane e del mercato degli stupefacenti. Tale iniziativa suscita allarme perché poggia su un equivoco che deve essere superato e non alimentato: la custodia cautelare non deve svolgere la funzione di anticipazione della pena e l’impossibilità di applicarla non determina l’impunità degli spacciatori, i quali – come chiunque –  possono essere privati della libertà prima della condanna definitiva solo a condizione che siano presenti  le specifiche esigenze cautelari regolate dal codice di procedura penale, la sussistenza delle quali deve essere accertata dal giudice, attraverso un giudizio di proporzione. A ciò si aggiunge che l’incentivo al ricorso alla detenzione cautelare, invocato dalla magistrata, si scontra frontalmente con il netto monito della Corte Europea dei diritti dell’uomo, che nel 2013 ha condannato l’Italia per avere sottoposto sistematicamente i propri detenuti a trattamenti inumani e degradanti e ha invitato il nostro Paese proprio a ridurre drasticamente il ricorso a quella custodia cautelare, che oggi invece viene invocata.

La detenzione carceraria non rappresenta comunque il termometro per valutare il grado di effettività della risposta repressiva che mette in campo un ordinamento giuridico. Al contrario, il binomio più carcere\più sicurezza è smentito nei fatti: i dati ci dicono che chi esce dal carcere ha un tasso di recidiva tre volte più alto di chi accede alle misure alternative. Secondo quale logica, allora, la magistratura dovrebbe tendere così pervicacemente ad anticipare una pena che si dimostra inefficace? Quando, prima della riforma del 2014, la legge lasciava la mano più libera ai giudici rispetto all’applicazione della custodia cautelare la zona universitaria non si presentava in modo diverso da oggi. Allora perché rievocare con nostalgia il ricorso a tale strumento?

La risposta va forse, appunto, ricercata nell’attuale clima cittadino, davvero appesantito da retoriche inconsistenti e da scelte politiche repressive che non fanno altro che produrre e riprodurre quella marginalità che dicono di voler combattere.

Bologna 2 Novembre 2016 Antigone Emilia Romagna

Bologna, metà anni 90: dai servizi territoriali sulle dipendenze vengono intrapresi i primi programmi di riduzione del danno in Italia, la città diventa oggetto di studi da parte di altri paesi europei per le politiche adottate nella prevenzione dall'abuso di stupefacenti. Siamo appena dopo il 1993, quando il referendum abrogativo elimina le sanzioni penali sul consumo. Si inizia a parlare di strategie di superamento del proibizionismo e di nuovi modelli di intervento sulle dipendenze. Bologna, 2016: il clima che si respira in città, in termini generali, è caratterizzato dall’ennesima riproposizione di “allarme sicurezza”. Dentro questa cornice si collocano l’utilizzo accentuato di misure di prevenzione contro le forme del dissenso politico, gli sgomberi delle occupazioni abitative (si pensi a quello recentissimo in Via Mario de Maria, dove decine di famiglie sono state rimosse con un’azione di polizia di stampo militare), pratiche e retoriche di gestione della marginalità urbana che rimandano a soluzioni di impronta repressiva e proibizionista.

In questo clima si inseriscono le dichiarazioni rese al Resto del Carlino Bologna (27 ottobre 2016) dalla Presidente dell’ufficio Gip di Bologna, che promuove “un’impostazione innovativa”, “al momento […] isolata”, che prevede la contestazione della circostanza aggravante dell’aver ceduto stupefacenti davanti a una scuola, al fine di poter applicare la custodia cautelare in carcere nei confronti degli spacciatori che operano in zona universitaria. Costoro, in base alle leggi vigenti, sarebbero altrimenti giudicati a piede libero.  

Come Antigone Emilia Romagna esprimiamo contrarietà rispetto a questa presa di posizione. In particolare, consideriamo davvero preoccupanti i segnali relativi all’implementazione di dispositivi polizial-giudiziari esplicitamente orientati ad una gestione delle marginalità incentrata su pratiche arbitrarie, legittimate in sede giurisprudenziale attraverso interpretazioni estensive in una materia governata da rigidi principi di tassatività. Questo tipo di discorsi evoca un uso del penale abbondantemente sperimentato nell’ultimo ventennio e coerente con la strutturazione di una cornice di senso comune tutta rinchiusa sulla paura, il ritiro dagli spazi pubblici e l’invocazione della svolta repressiva di turno. Senza dimenticare che le politiche proibizioniste in materia di droghe sono il principale strumento nelle mani dell’apparato penale e di polizia per assecondare le spinte alla criminalizzazione delle fasce marginali della società. Non possiamo che confermare quanto detto negli anni passati: il sovraffollamento penitenziario, così come le possibilità di contenerlo, sono strettamente legati alle scelte sulle politiche antidroga.

La proposta di estensione nel ricorso alla custodia cautelare che qui contestiamo si configura, a ben vedere, come una acrobazia giuridica – che tra l’altro stride con il generale divieto di analogia in malam partem in materia penale, posto che l’università non può essere ricompresa nel termine “scuola” – presentata con allarmante disinvoltura. Attraverso un’originale strategia comunicativa sembrerebbe quasi volersi promuovere un’iniziativa giudiziaria (tutta politica) che si candida a svolgere un ruolo protagonista nella gestione delle aree urbane e del mercato degli stupefacenti. Tale iniziativa suscita allarme perché poggia su un equivoco che deve essere superato e non alimentato: la custodia cautelare non deve svolgere la funzione di anticipazione della pena e l’impossibilità di applicarla non determina l’impunità degli spacciatori, i quali – come chiunque –  possono essere privati della libertà prima della condanna definitiva solo a condizione che siano presenti  le specifiche esigenze cautelari regolate dal codice di procedura penale, la sussistenza delle quali deve essere accertata dal giudice, attraverso un giudizio di proporzione. A ciò si aggiunge che l’incentivo al ricorso alla detenzione cautelare, invocato dalla magistrata, si scontra frontalmente con il netto monito della Corte Europea dei diritti dell’uomo, che nel 2013 ha condannato l’Italia per avere sottoposto sistematicamente i propri detenuti a trattamenti inumani e degradanti e ha invitato il nostro Paese proprio a ridurre drasticamente il ricorso a quella custodia cautelare, che oggi invece viene invocata.

La detenzione carceraria non rappresenta comunque il termometro per valutare il grado di effettività della risposta repressiva che mette in campo un ordinamento giuridico. Al contrario, il binomio più carcere\più sicurezza è smentito nei fatti: i dati ci dicono che chi esce dal carcere ha un tasso di recidiva tre volte più alto di chi accede alle misure alternative. Secondo quale logica, allora, la magistratura dovrebbe tendere così pervicacemente ad anticipare una pena che si dimostra inefficace? Quando, prima della riforma del 2014, la legge lasciava la mano più libera ai giudici rispetto all’applicazione della custodia cautelare la zona universitaria non si presentava in modo diverso da oggi. Allora perché rievocare con nostalgia il ricorso a tale strumento?

La risposta va forse, appunto, ricercata nell’attuale clima cittadino, davvero appesantito da retoriche inconsistenti e da scelte politiche repressive che non fanno altro che produrre e riprodurre quella marginalità che dicono di voler combattere.

Bologna 2 Novembre 2016 Antigone Emilia Romagna

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